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Caratterizzazione architettonica

Pietre su pietre - Il fascino della semplicità

Un paesaggio infinito dove si alternano i boschi, i prati e le case; pietre su pietre, legno su legno: questi materiali hanno costituito per secoli gli unici elementi con i quali si costruivano le case, i ponti, le chiese, i mulini, le fontane, con semplicità e rigore, con naturalezza e fantasia. Si possono trovare le date incise sulle pietre d'angolo (i millesim), gli architravi più curvi e consumati dal tempo (i lindal), le più ardite sporgenze dei tetti (le pantalere), i terrazzi dove seccava la segale (le lobbie); trovare segni antichi e sapienti, semplici e funzionali. Certo le tracce del nostro tempo si sono sovente sovrapposte a quelle del passato, spesso le hanno irrimediabilmente compromesse ma, recentemente, una nuova coscienza e brillanti esempi di recupero hanno proposto nuove architetture, ispirate al passato ma con ardite e innovative soluzioni. Passare nelle borgate, seguire le antiche strade dai selciati usurati e alzare lo sguardo verso l'architettura di questo paese, significa innamorarsi di Ostana e contemporaneamente percorrere vie, percorsi alpini sulla montagna che costituiscono in reticolo sapiente e ragionato sulla fatica dell'Alpe, un percorso anch'esso tra architettura ed urbanistica che a ben guardare costituisce un patrimonio di equilibrio ambientale, paesaggistico ed energetico insuperabile, funzionale al lavoro di un tempo ma eternamente comprensibile e percepibile da ogni passo umano che voglia percorrere queste antiche strade con l'intenzione di capire antichi segni e ripercorrere anche con l'intelligenza la storia dell'uomo e del suo ambiente.

L'Architettura

Ostana è in una collocazione, nell'ambito delle Alpi occidentali, che i geografi chiamano montagna interna, e capace di smuovere nuove energie per la definizione di possibili azioni di conservazione, progetto e valorizzazione del patrimonio architettonico e paesistico presente in questi luoghi.

Non quindi la montagna del turismo di massa, o dei grandi corridoi intervallivi, ma nemmeno quella dove l'evidenza fisica e simbolica dei caratteri del patrimonio - si pensi ad esempio all'architettura Walser - e la forte domanda immobiliare oramai hanno dato vita a modalità di riuso del patrimonio abbastanza corrette e comunemente condivise. Bensì la montagna "povera", quella narrata da Nuto Revelli nel Mondo dei vinti, quella che nel corso del Novecento ha vissuto specialmente l'esperienza dello spopolamento e della destrutturazione sociale, culturale e economica.

Una montagna che oggi è forse alle soglie di una nuova stagione, che può trarre beneficio dalla nuova e diffusa attenzione sociale per i valori storici e ambientali, in cui per la prima volta dopo decenni alcuni indicatori parlano di un rallentamento di quei processi che i sociologi chiamano di "causazione circolare cumulativa", ma nella quale i fattori di crisi continuano a restare forti. Se infatti un certo grado di benessere economico è arrivato anche nelle zone più impervie, d'altra parte la persistenza a livello locale di una situazione che si potrebbe definire di inerzialità culturale, la scarsa coscienza delle potenzialità presenti nelle vallate, sembrano non permettere la nascita dall'interno di progetti innovativi di valorizzazione capaci di cogliere le chances offerte da questa fase. Può sembrare strano, eppure molte comunità locali continuano a pensare lo sviluppo solo attraverso l'immagine delle piste da sci e della conseguente crescita edilizia, oppure nelle forme di una nuova infrastruttura stradale, che nella mentalità comune continua a essere garanzia di un automatico flusso di turisti e di denaro. Questa inerzialità poi si somma alle debolezze strutturali di sempre: insufficiente dotazione di servizi e alle attività economiche tradizionali oramai prossime all'estinzione.

Ecco, in questa montagna interna del cuneese e del monregalese, del saluzzese e del canavese, parlare di architettura e di conservazione del patrimonio risulta essere cosa particolarmente difficile. Non solo perché si è in presenza di manufatti fragili, molto spesso in avanzato stato di degrado, che appena vengono toccati "si polverizzano tra le mani": come ha scritto Claudine Remacle, molte volte «restructurer = reconstruire». Non soltanto per la mancanza di forti dinamiche economiche, o per l'assenza di supporti finanziari destinati al riutilizzo del patrimonio come invece avviene in Valle d'Aosta.

            La questione pare complessa, e riguarda un intreccio di fattori molteplici: in questi luoghi l'affermazione di principio sulla necessità e sul dovere morale di procedere sulla strada della salvaguardia dell'architettura rurale alpina, o l'imposizione dall'alto della tutela, rischiano di rimanere dei puri esercizi di stile, delle testimonianze lodevoli ma del tutto trascurabili e ineffettuali, se non vengono accompagnate da altre azioni di carattere più generale.

Processualità davvero efficaci e positive nei confronti del patrimonio - nonché, questione centrale, diffuse e comunemente condivise - potranno svilupparsi solo all'interno di una riflessione e un discorso di più ampio respiro, fatto dalle comunità locali ma anche dagli utilizzatori "esterni" della montagna, e concernente la scelta esplicita e il progetto fattivo del tipo di identità e di immagine, del modello di modernizzazione e di sviluppo necessari a questi luoghi per il prossimo futuro. Questo perché la conservazione delle eredità storiche e della tradizione - sia essa incentrata sugli aspetti fisici o sociali - è assolutamente inscindibile dall'innovazione. Servono quindi delle azioni complesse, tagliate sulla realtà dei singoli luoghi, e capaci di mantenere correlati i dati economici e culturali. Un errore costante è infatti quello di osservare la questione del patrimonio tenendo separati questi due piani. Economia e cultura invece si intersecano inscindibilmente: si investono più soldi per la corretta ristrutturazione di un edificio perché ha un valore culturale riconosciuto dalla collettività, e al contempo il valore culturale è testimoniato dal valore economico del bene. Non a caso gli studiosi francesi e svizzeri da qualche anno hanno iniziato a parlare di patrimonialisation, di production sociale du patrimoine.

In ogni caso anche nella montagna interna delle Alpi occidentali si possono iniziare a intravedere i primi segni di una nuova sensibilità, di un'inedita attenzione per le caratteristiche storiche e ambientali dell'architettura rurale alpina.

Ostana: un inarrestabile declino, un inaspettato rilancio.

            Ostana, piccolo comune dell'alta valle Po - una delle valli di lingua occitana del sud-ovest del Piemonte - fino a qualche anno fa rappresentava il tipico esempio di montagna "povera". All'inizio del secolo scorso ad Oustano, nella parlata occitana, vivevano più di mille persone. Oggi i residenti sono un centinaio. In realtà coloro che vivono qui tutto l'anno sono meno di una decina. Nel corso di un secolo il decremento degli abitanti effettivi è stato quindi del 99%, cosa che fa dubitare delle statistiche ufficiali, che normalmente parlano per le alte valli occitane di percentuali che si aggirano intorno al 70-80%. L'ultimo negozio di generi alimentari è stato chiuso da qualche anno e oggi, oltre al municipio e a un ufficio postale aperti per qualche ora la settimana, esiste solamente un piccolo bar-trattoria.

L'esodo dei montanari ha ovviamente dato vita, a partire dagli anni dell'ultimo dopoguerra, a un vasto processo di abbandono e degrado del cospicuo patrimonio architettonico esistente. Il comune di Ostana è infatti costituito da una decina di borghi e frazioni (vedere descrizione precedente). Il territorio è strutturato secondo i tradizionali principi insediativi della montagna occitana italiana, con nuclei costruiti molto compatti e pochissime case isolate. Il sito è straordinario, forse uno dei più belli delle Alpi Cozie: di fronte a Ostana si erge infatti la piramide del Monviso, che con i suoi 3841 metri di quota domina tutta la pianura piemontese e rappresenta la montagna più alta di questo settore dell'arco alpino. Eppure, malgrado la bellezza del luogo, la mancanza di veri e propri domaines skiables nella valle, l'assenza di azioni a sostegno di uno sviluppo economico locale, hanno determinato nel corso del tempo la progressiva marginalità di Ostana. All'inizio degli anni ottanta, l'unico destino possibile sembra essere quello di un inarrestabile declino.

È in questo momento che capita qualcosa di inaspettato: i discendenti degli emigranti, così come alcuni turisti provenienti dalle aree metropolitane della pianura, iniziano a ristrutturare le costruzioni del paese per poterle utilizzare come seconde case. Nel giro di una decina d'anni, Ostana muta completamente il proprio volto. Certamente questo fenomeno di riuso del patrimonio a fini "secondari" coinvolge un po' tutte le valli piemontesi e non solamente la valle Po, e appare essere - sebbene sotterraneo e sempre sottovalutato - uno dei principali elementi di dinamicità della montagna interna. Ciò che però deve essere sottolineato è che a Ostana questo processo avviene con modalità fortemente diverse rispetto ad altri luoghi, dando vita a esiti architettonici di qualità che rappresentano - sempre se si tiene conto della particolare situazione che caratterizza l'area - una sorta di unicum.

Ma al di là dei risultati fisici oggi visibili, il caso di Ostana consente di osservare la profonda e necessaria interazione che deve esistere tra aspetti progettuali, amministrativi, normativi, tecnici e sociali, nel momento in cui si voglia procedere sulla strada di un pertinente e efficace recupero del patrimonio. L'attenta cura nel recupero delle antiche abitazioni in pietra ha fatto sì che il paese si presenti come un modello di architettura alpina. L'esclusivo impiego della pietra e del legno e dei tetti coperti a losa, pur nell'evoluzione dei modelli abitativi, ha permesso di mantenere la dimensione umana del paese, meta di visite sia da parte di studiosi, sia di semplici turisti, attratti dalle bellezze architettoniche e naturali.

La qualità architettonica del luogo: esito di interazione di fattori complessi

Ad Ostana, come in altri luoghi della montagna interna, il fenomeno del riuso ha inizio anche perché in un primo momento il prezzo degli edifici abbandonati è basso. È a questo punto che, per una coincidenza di fattori diversi e in parte fortuiti, ha avvio una politica locale finalizzata al recupero qualitativo del patrimonio.

Da diversi anni Ostana è diventato un importante punto di riferimento sul tema del riuso e della valorizzazione dell'architettura alpina. A partire dagli anni ottanta, le diverse amministrazioni succedutesi nel corso del tempo hanno infatti perseguito, insieme alla comunità locale ed a progettisti qualificati, una diffusa e condivisa politica di recupero delle antiche costruzioni montane in un'ottica di qualità. Una filosofia che è stata seguita anche nelle poche realizzazioni  ex-novo, infatti si è sempre preferito privilegiare il recupero del patrimonio esistente.

Gli interventi hanno riguardato sia il patrimonio privato che quello pubblico, sia il costruito che la qualificazione degli spazi aperti: case, edifici del Comune, strutture ricettive, costruzioni di servizio, garage, spazi pubblici, percorsi pedonali, parcheggi. Al centro un'unica semplice idea: quella della continuità nella trasformazione. Il riuso del patrimonio architettonico ha determinato una nuova identità e riconoscibilità di questo comune di alta montagna, duramente colpito dai processi di spopolamento della seconda metà del Novecento.

L'amministrazione comunale, cosciente del valore del sito, decide che sono necessarie alcune regole, e affida l'incarico di elaborare il piano regolatore a due architetti specializzati in problemi montani. Uno dei progettisti del piano è Renato Maurino, un architetto che vive a pochi chilometri da Ostana, e che rappresenta un po' l'eroe di questa piccola storia. Attivo negli anni settanta nei movimenti autonomisti occitani, profondo conoscitore dell'architettura rurale alpina, Maurino è inoltre autore di un agile manuale di "buoni consigli" sul problema del recupero delle costruzioni montane destinato non solo ai professionisti e alle amministrazioni locali, ma anche ai non addetti ai lavori, il quale ha avuto una discreta diffusione nelle valli del cuneese. L'architetto, oltre a fare il piano di Ostana (uno strumento urbanistico che contiene una serie di indicazioni sui materiali e sulle soluzioni costruttive da utilizzare, le quali hanno il pregio di essere al contempo semplici e facilmente realizzabili, e che ricalcano quelle contenute nel manuale), diventa una sorta di consulente dell'amministrazione per ciò che concerne i temi di aménagement fisico del territorio. Inoltre tutta una serie di interventi su edifici pubblici e privati di Ostana - sia di ristrutturazione che di costruzione ex novo -, nonché alcune sistemazioni di spazi aperti, vengono realizzati direttamente dallo stesso Maurino. In questi progetti colpisce la qualità e la pertinenza delle soluzioni costruttive e tecnologiche, le quali instaurano un dialogo profondo - senza mai cadere nella trappola della mimesi o del vernacolare - con i temi della storia e della tradizione architettonica locale.

Fin qui niente di particolarmente strano quindi, anche se la situazione di Ostana non si può definire comune: un progettista serio e competente, un'amministrazione che decide di scommettere sulla qualità del sito e di non "svendere" il luogo, e che, tra l'altro, si impegna a reinvestire gli oneri di urbanizzazione in attrezzature pubbliche e in opere di riqualificazione degli spazi collettivi. Ma la battaglia portata avanti da Maurino insieme con l'amministrazione locale ha dato inoltre vita ad alcune ricadute inaspettate, che forse si configurano come l'aspetto più interessante del caso Ostana.

Le piccole imprese edilizie della valle Po e gli altri progettisti operanti nella zona hanno infatti iniziato a riprodurre e a reiterare le soluzioni proposte da Maurino sia a Ostana che nei comuni limitrofi, e comunque andando al di là delle prescrizioni imposte dal piano. Il risultato non è solo una discreta e diffusa qualità architettonica, ma anche un elevato grado di omogeneità degli interventi: ad Ostana oramai è difficile distinguere a una prima occhiata le opere realizzate da Maurino da quelle di altri progettisti. Questo dato dimostra ancora una volta che in un settore come quello edilizio il lavoro culturale sugli imprese, sugli operatori e sulle maestranze costituisce un nodo fondamentale. Purtroppo spesso si dimentica che norme e prescrizioni molto dettagliate e precise risultano essere inefficaci - se non addirittura dannose e controproducenti - se non possono essere interpretate e fatte proprie dagli operatori reali.

Molte volte la ragione per cui non vengono adottate soluzioni maggiormente rispettose nei confronti del patrimonio non dipende infatti da fattori di ordine esclusivamente economico, ma anche dall'inerzia, dal fatto che le imprese tendono a ripetere solamente il repertorio di tecniche già a loro disposizione. Se una piccola impresa sa fare i solai e i tetti solamente in laterocemento, replicherà questa soluzioni sia in un intervento ex novo in pianura, che in una ristrutturazione in montagna. Le configurazioni progettuali predisposte da Maurino per coperture, serramenti, balconi, devono invece essere apparse persuasive e convincenti, rappresentando un ottimo compromesso tra qualità, costi e semplicità d'esecuzione.

Un altro elemento di particolare interesse è dato dal fatto che le opere di riqualificazione fisica hanno determinato sia un senso di attaccamento al luogo da parte degli abitanti delle seconde case - vera e propria nuova risorsa umana e economica sulla quale diventa importante scommettere per il futuro -, che un forte livello di riconoscibilità di Ostana nei confronti dell'esterno. Sui giornali del cuneese, nella pubblicità turistica, Ostana negli ultimi tempi è diventata un laboratorio di architettura alpina. Oggi si va in alta valle Po per il Monviso, per visitare le sorgenti del fiume più lungo d'Italia, per stare in mezzo alla natura "incontaminata", ma talvolta anche per vedere quello che sta succedendo a Ostana: si tratta di uno dei rarissimi casi - a parte quelli solitamente celebrati - in cui la riconoscibilità di un luogo montano passa attraverso la qualità non solo dell'ambiente naturale, ma anche di quello costruito. La nuova visibilità di Ostana ha inoltre funzionato da attrattore per alcune iniziative culturali: nel paese ha trovato sede una Scuola di fotografia alpina che organizza mostre e corsi di formazione, e un'iniziativa analoga sta per essere organizzata sul tema dell'architettura alpina.

Ostana è sicuramente un'esperienza per molti versi di natura esogena, piccola e marginale, forse unica e difficilmente esportabile e riproducibile, dove le risorse economiche messe in gioco e le persone coinvolte sono comunque limitate. Eppure il caso di Ostana appare significativo non solo perché le scelte progettuali hanno dimostrato la loro validità e pertinenza proprio in virtù della loro efficacia sul campo, ma specialmente perché nella montagna interna delle Alpi piemontesi è la prima volta che la qualità architettonica di un luogo si configura come un elemento di promozione e di marketing locale. È un segnale di una possibile convergenza, ancora tutta da progettare e costruire, tra nuove modalità d'uso e di consumo della montagna praticate dai cittadini, e un'inedita presa di coscienza da parte delle popolazioni locali delle potenzialità - alternative al modello del grande sviluppo turistico - insite nel territorio alpino.

Ed è anche il segnale di un modo di pensare il recupero del patrimonio non solo al "negativo", come cultura del vincolo imposto dall'alto, ma come azione complessa da inserire all'interno di un più generale processo di valorizzazione locale, in cui l'architettura e il paesaggio costituiscono soltanto uno degli elementi.

Il caso di Ostana, sebbene significativo, non rappresenta l'unico esempio possibile per la montagna interna piemontese. Anche in altre valli - valle Maira, valle Pellice, valle Sangone - qualcosa si sta muovendo, con la promozione da parte delle istituzioni pubbliche locali di alcune prime iniziative a sostegno del corretto recupero dell'architettura rurale alpina stimolate da alcuni atteggiamenti comuni che pare utile sottolineare:

  • la trattazione pedagogica e formativa del problema della salvaguardia e del riuso del patrimonio, finalizzata non solo ai tecnici e alle amministrazioni, ma anche agli operatori edilizi e ai semplici cittadini;
  • il carattere argomentativo, dialogico, orientativo e tendenzialmente aperto delle regole;
  • la definizione dell'apparato normativo a partire non dall'esterno, ma dalla viva realtà dei singoli e specifici luoghi, in modo che le norme - poche e chiare - possano risultare efficaci, pertinenti e sostenibili;
  • l'interazione delle azioni di tipo fisico con quelle di rivitalizzazione economica e sociale;
  • la tendenza a inserire le politiche sul patrimonio all'interno di un processo complessivo di costruzione del senso, in cui l'identità del luogo non viene più vista come un dato statico, da ritrovare sul posto, ma come un elemento dinamico e un output del progetto;
  • un'attenzione per il contesto inteso non solamente come forma fisica, ma anche come insieme delle pratiche messe in campo dalla comunità locale nei confronti del suo territorio, cosa che ad esempio conduce alla promozione e alla valorizzazione delle azioni di automanutenzione delle costruzioni da parte degli abitanti, i quali vengono considerati come portatori di saperi e conoscenze fondamentali e non come semplici soggetti che devono sottostare a regole prodotte dal di fuori.

Questi nuovi atteggiamenti, queste linee di tendenza, rappresentano una sorta di inversione di rotta rispetto ai modi con cui la cultura architettonica e la disciplina del restauro hanno finora interpretato e concettualizzato il problema della difesa del patrimonio. Per molto tempo questo tema è stato considerato in modo spesso astratto, pensando che fosse possibile delineare un'idea o una valutazione assoluta dell'"oggetto patrimonio", e dimenticando così che questo "oggetto" è in realtà un concetto mobile, che dipende dalle determinazioni culturali e sociali di ogni singola epoca, e che perciò deve essere sempre storicizzato e relativizzato.

Questa propensione all'astrazione ha avuto diverse conseguenze. Per ciò che concerne gli studi scientifici sulle costruzioni rurali montane, ha prevalso un metodo d'indagine che ha privilegiato quasi esclusivamente il ritrovamento e la messa in evidenza delle invarianti tipologiche e degli elementi fissi. Ciò forse sulla scorta delle ricerche portate avanti dai geografi e dagli etnografi nel corso del primo Novecento, che analogamente, attraverso il "filtro" dei generi di vita tradizionali, cercavano all'interno delle comunità locali soltanto le costanti e le componenti immutabili. Questa specie di ossessione per la tassonomia e per i caratteri originari, negli studi sull'architettura ha comportato - al fine di ridurle a oggetti-feticcio da inserire nelle caselle di qualche classificazione - la separazione delle case sia dal loro fondo territoriale che dal fluire della vita e del tempo.

Una «riduzione dello storico e del sociale al fisico e al formale», come ha scritto Franco Farinelli, che poi, sull'onda della riscoperta della cultura materiale, è stata fortemente criticata da geografi come Lucio Gambi e Paola Sereno, i quali hanno mostrato come in realtà la casa rurale fosse un oggetto modificabile, che variava e pulsava in relazione alle mutazioni economiche e sociali. Ma questa critica non è penetrata intimamente negli studi sulla montagna.

Ancora oggi essenzialmente si continuano a fare catalogazioni tipologiche, che più che parlare della realtà, parlano in modo autoreferenziale e tautologico delle regole di classificazione scelte mentre forse dovrebbero essere maggiormente finalizzate alle questioni del progetto e del riuso. Gli studi sulla montagna, viste le particolari specificità dell'habitat alpino, dovrebbero essere rivolti non solo agli oggetti architettonici, ma anche e specialmente alle interazioni tra costruito e caratteristiche geo-morfo-pedologiche dello spazio, alle modalità complessive - sincroniche e diacroniche - di strutturazione e di colonizzazione del territorio. Ciò perché stiamo diventando sempre più coscienti del fatto che il problema della metamorfosi della montagna non è determinato soltanto dalla trasformazione dei suoi insediamenti, ma soprattutto dalla dissoluzione delle relazioni presenti all'interno dell'intero paesaggio costruito, fatto di case, campi, boschi, percorsi, sistemazioni idrogeologiche. Servono quindi dei lavori di ricerca maggiormente attenti alle questioni progettuali oggi in discussione, che offrano delle gerarchizzazioni dei problemi, e che possano servire a indirizzare le azioni delle amministrazioni pubbliche.

La tendenza all'astrazione degli studi sull'architettura rurale si è inoltre riverberata sulle culture di progetto. In questo caso la riduzione al fisico e al formale ha determinato l'elaborazione di soluzioni filologiche di riuso e di restauro sicuramente corrette, ma che non tengono conto nè della realtà degli abitanti, nè del repertorio di tecnologie e materiali oggi realmente a disposizione. Questa ricerca della soluzione "giusta" e "corretta" per eccellenza, magari attraverso la riproposizione virtuosa ma virtuale di tecniche tradizionali oramai scomparse, da un lato ha portato a sottovalutare la necessità di produrre strumentari ritagliati sulla situazione dei singoli luoghi e davvero praticabili, e dall'altro ad accontentarsi - visto che poi la realtà è una cosa diversa - di operazioni esteriori di maquillage e di restyling che mimano l'architettura tradizionale. Una tendenza, questa della rusticizzazione e tipicizzazione acontestuale dei luoghi, che è osservabile in molte località turistiche alpine, e che rischia di trasformarsi in una pratica diffusa e omologante.

Ostana, oggi, compie perciò un grande sforzo di inventività e fantasia: le parole d'ordine, più che sulla semplice difesa, devono essere incentrate su inedite e complesse progettualità; i temi sono quelli della costruzione di una nuova abitabilità fisica e sociale, della riterritorializzazione, della riqualificazione, dell'innovazione del territorio alpino. I luoghi della montagna potenzialmente consentono una riconnessione dei luoghi del lavoro e dell'abitare, una compenetrazione delle trame antropiche e naturali, una compresenza e commistione di ordini spaziali, temporali e culturali diversi, una possibilità di esercitare attività e di praticare stili di vita plurimi e diversificati. Il problema centrale, in questo contesto, non è quello di un improbabile ritorno a una mitica Gemeinschaft o Natura, ma di una reinvenzione della montagna proprio a partire dalle chances offerte dalla contemporaneità. Iin questo scenario, il ruolo del progetto Ostana non è certamente indifferente: osservando le meire di Ostana ai margini del pascolo e in prossimità del bosco sembra di vedere opere della natura.

            

Solo un sentiero

"I sentieri paiono, visti da lontano, arterie, vene e capillari, irrinunciabili connessioni fisiologiche della terra".

Un sentiero... è come un vecchio amico o un amante segreto, a volte da raccontare, da percorrere, da nascondere e tacere, per conservarne il ricordo, per riscoprirne intimamente le sensazioni.

Un sentiero è una struttura artificiale costruita dall'uomo per camminare, per rendere percorribile l'ambiente e i versanti delle montagne: un elemento di infrastrutturazione del territorio, tutt'altro che banale, che risponde all'esigenza umana di mobilità, è un'opera di architettura del territorio.

Un buon sentiero non è mai un prodotto accidentale, è un manufatto intelligente, un contributo dell'uomo al paesaggio, costruito con criteri ergonomici e ambientali, pendenza e dimensione precise, per quanto elementari ed archetipe, fino a rappresentare uno schema visibile, come un testo scritto sulla terra, dei rapporti interpersonali e dei legami sociali delle comunità.

Per questo un sentiero va considerato un bene strategico e culturale di grande importanza, rigoroso e solo apparentemente minimalista e fragile; è funzionale alle morfologie del territorio: ne segue la pendenza o le linee di livello, si inerpica con tornanti, si inoltra nel folto di boschi o sul margine dei campi rispettandone i confini e gli usi, è adeguato fisiologicamente a chi lo percorre soddisfacendone le esigenze (sentieri per pascoli e alpeggi, percorsi per il trasporto o seguendo le tracce di antichi animali), è un manufatto che rispetta il territorio e la sua economia, è una barriera al degrado idrogeologico del suolo.

 

E' evidente che il sentiero sia da ritenere un bene da comprendere, rispettare, tutelare; da manutenere. Dall'etimologia della parola sentiero (vista attraverso la sua secolare evoluzione linguistica) si evince come "sentiero" sia sinonimo di labirinto, percorso tortuoso, da non abbandonare, per raggiungere il luogo prescelto.

Il sentiero, come ogni percorso, anche spirituale, non porta alla meta in linea retta ma per avvicinamenti successivi. Ogni sentiero si modifica secondo le esigenze di chi segue un percorso, magari sulle tracce delle rotte di caccia (di quando la caccia era una necessità) poi i sentieri, con l'affermarsi della stanzialità dell'uomo sul territorio, sono diventati più rigidi, un reticolo di percorsi, una infrastrutturazione del territorio al servizio della sicurezza, dell'economia, dei contatti e dei rapporti della comunità di uomini con altre comunità. Ecco perché costruire nuovi sentieri è un esercizio intellettuale complesso.

I sentieri sono organismi "vivi": rinascono, si risvegliano da letarghi e abbandoni, annodando antichi percorsi e necessità, ripercorrendo spazi storici, mulattiere che hanno accompagnato la vita della genti alpine; sono eccezionali testimonianze che comprendono anche delicate vie devozionali, le vie della Fede non solo cattoliche ma anche naturali, primordiali, provenienti da un lontano passato che è ancora dentro di noi.

Ogni sentiero ha un nome e riannoda un'infinità di luoghi anch'essi toponomasticamente riconoscibili nella locale lingua occitana. E' il racconto di mille vite che si srotolano su una linea stretta fatta di infiniti passi lenti, tumultuosi, spaventati, calmi, sereni, preoccupati...sono le mille vite della gente che ha costruito i sentieri: come non riconoscere questa eredità?

E' innegabile il valore del "bene" sentiero per le nostre comunità, merita una politica attenta di valorizzazione e di tutela. Occorre tutelarli e manutenerli come bene paesaggistico oltre che struttura funzionale di sostegno e stabilità dei suoli. Fra non molti anni saranno rarissimi e li ricorderemo con nostalgia, come una delle tante opportunità che stiamo, in troppi luoghi, oggi perdendo.

Chi non ha avuto un proprio sentiero, magari segreto, di gioventù, dei giochi, degli alpeggi, del lavoro, della meira, di un amore...è il rifugio preferito dall'anima di quelli che sono abituati "a camminare pensando" sui percorsi della montagna, siano essi abitanti o turisti. E' un luogo dove si possono ancora costruire le idee grandi per la nostra terra. Come nasceranno i nuovi progetti della montagna che verrà se non difenderemo i fragili e contemporaneamente forti sentieri dell'uomo e della natura? Occorre riappropriarci dei nostri sentieri che sono anche percorsi spirituali collettivi e personali per sentirci vivi e parte della montagna, riconoscendola, percorrendola, rispettandola prima che l'assenza di veri sentieri renda gli uomini definitivamente muti.


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